Street art

Simboli della street art

Un murale di Fijodor Benzo ispirato ai versi di una canzone di De AndréQuante volte passando davanti a un graffito scritto su un muro per la strada ci siamo chiesti chi possa averlo tracciato, quando, come, perché? Le città di tutto il mondo sono piene di messaggi, simboli e disegni dai significati oscuri, dalle forme e dai colori più disparati, e per molti il writing, al di fuori della iniziale clandestinità, è ormai assurto alla condizione di forma d’arte contemporanea, con mostre allestite in prestigiose gallerie per celebrarne i rappresentanti più virtuosi.

Per tanti resta però il desiderio di conoscere una possibile interpretazione dei graffiti e i murales che si vedono in giro. Il writing è soprattutto un mezzo di comunicazione e, anche se ogni crew o banda sembra avere dei propri riferimenti, non è difficile individuare dei tratti comuni in certe rappresentazioni grafiche, attraverso cui si possono riconoscere veri e propri messaggi, arrivando a creare una sorta di Stele di Rosetta della street art. Il simbolo in assoluto più utilizzato e condiviso è il fiore, quasi sempre una margherita o un tulipano, che raffigura la creatività dei writer nell’atto di “sbocciare” sul cemento di muri e palazzi.

Spesso si trovano pure degli alberi, a volte piuttosto stilizzati, ma che, da una parte, hanno fronde rigogliose che offrono riparo dall’appiattimento e dalla omologazione imposti dalla società e, dall’altra, raffigurano con le loro radici la profondità culturale del writing e il radicamento nei bassifondi della società e nei movimenti underground. L’iniziale clandestinità del fenomeno è richiamata anche dalla immagine quasi fumettistica dei topi che mangiano il formaggio e che, come i writer di notte in giro per la città, fanno qualcosa che non dovrebbero.

Fumetti, film e cartoni animati sono una delle principali fonti di ispirazione per il writing con almeno due possibili spiegazioni per questa forte complicità. La prima è un richiamo a personaggi e super eroi della fantasia, come Super Mario, per affrontare i problemi della dura realtà e sgominare la casta politica e finanziaria ritenuta colpevole della crisi. La seconda è un tentativo di far riemergere l’età dell’oro dell’infanzia – in cui bastava guardare un cartone o leggere un fumetto per essere felici – dalle tonnellate di cemento e acciaio sotto cui è stata seppellita, nel corso di anni di fatiche di studio e lavoro.

Spray artIl desiderio di libertà è espresso attraverso disegni di delfini e pesci generalmente pinnati, che nuotano nel mare di cemento della città e spesso parlano con nuvolette e bolle di graffiti. Le orme di mani e piedi sono altri simboli di libertà e indipendenza, ma anche di pace, perché i writer vanno in giro per la città a mani e piedi “nudi”, cioè disarmati, a differenza delle forze dell’ordine, spesso rappresentate con l’icona della “guardia”, ossia del cane che ringhia mentre sorveglia e difende la città dai colorati assalti di murales e graffiti.

I writer raffigurano se stessi anche sotto forma di farfalle, per il desiderio di volare liberi e esprimersi dove e come si ritiene più opportuno, a dispetto di regole, divieti e della deterrenza che quasi mai produce risultati concreti. Quasi tutti hanno poi una firma, meglio nota come tag, spesso sviluppata con uno stile particolare, a volte indecifrabile, come il wild style, che oltre a servire come forma di riconoscimento tra le varie bande spesso diventa un disegno a se stante, utilizzato anche in contest creativi e festival di street art.

Proprio il proliferare negli ultimi anni di eventi ufficiali ha permesso ai writer di uscire alla luce del sole e iniziare una proficua collaborazione, in Italia come all’estero, con le istituzioni per riqualificare, con opportuni progetti e finanziamenti, le aree degradate dei tessuti urbani attraverso la realizzazione di murales. I professionisti dello spray hanno quindi iniziato a scoraggiare l’attività clandestina, perché non più necessaria a esprimere la propria creatività, dopo l’ottenimento di questi spazi concordati.

In quasi tutti resta però l’orgoglio di essere riusciti a trasformare, con la qualità intrinseca delle loro opere, qualcosa di inizialmente dileggiato e combattuto in una forma d’arte utile alla rinascita degli stessi quartieri in cui magari, solo qualche anno prima, venivano inseguiti dalle forze dell’ordine mentre andavano in giro di notte a tentare di abbellire muri e palazzi con i loro murales.

Origini della street art

Spray art ferroviariaAnche se fino ai primi del Novecento una buona parte della popolazione del cosiddetto mondo civilizzato ha vissuto nell’analfabetismo, tracce di graffiti sono state trovate fin dall’epoca classica, senza dimenticare le pitture rupestri che già l’uomo primitivo realizzava sulle pareti delle caverne.

Al di là dei casi di protesta politica, il fenomeno del graffiti writing ha iniziato ad assumere una precisa valenza sociale e culturale negli anni 30 nelle grandi metropoli americane. Ai tempi della grande depressione, i lustrascarpe avevano bisogno di marcare il “territorio” scrivendo il proprio nome sul marciapiede, per non perdere il posto di lavoro in mezzo a una concorrenza sempre più agguerrita e numerosa. All’epoca però gli spray non c’erano e spesso neanche pennelli o pennarelli e dunque si ricorreva a pennarelli artigianali fatti con il lucido da scarpe.

Verso la fine degli anni 60, sempre negli Stati Uniti, nacquero i primi tag consapevoli, realizzati anche con intenti artistici. Nelle realtà depresse dei ghetti, i giovani creativi che, vivendo ai limiti dell’indigenza, avevano poche speranze di emergere dai bassifondi della società, iniziarono a “firmare” gli autobus e i vagoni di treni e metropolitane con testi e disegni sempre più elaborati, per far sì che almeno qualcosa di loro potesse girare liberamente per la città, farsi conoscere e (magari) apprezzare.

Un graffito dedicato al pioniere Taki 183Secondo le ricostruzioni dell’epoca, il primo tag a diventare davvero famoso è stato quello di Taki 183, creato da un ragazzino che viveva nella 183ª strada del quartiere di Washington Heights a Manhattan, New York. Si chiamava Demetrius e il nick Taki derivava dalla versione greca del suo nome, Demetraki. Grazie al suo lavoro di corriere, che giornalmente lo “costringeva” a spostarsi a piedi da un capo all’altro della città, riuscì a scrivere così tanti tag da attirare perfino l’attenzione del New York Times, che lo consacrò come ispiratore del fenomeno del graffiti writing, nonostante lo stesso Demetrius abbia confessato di aver creato la sua firma dopo aver saputo di quella di Bruno 204 (che però, non potendo viaggiare così tanto come Taki non poté mai far uscire la sua fama al di fuori del sobborgo in cui viveva). Dopo, ovviamente, ci sono stati Papo 184, Junior 161, Cai 161, Stitch e anche qualche ragazza come Barbara ed Eva 62.

Col passare degli anni, personaggi come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, insieme a tanti altri, sono riusciti a portare il writing nelle gallerie d’arte, ma la pratica clandestina di scrivere per le strade, sui muri di case e palazzi, benché stigmatizzata, è rimasto il più diffuso, e spesso più apprezzato, scenario di questa particolare forma di espressione, almeno fino ai recenti tentativi di collaborazione proposti dalle amministrazioni, con l’allestimento di spazi preposti alla street art.

Intanto, il Brasile ha conosciuto negli anni 80 la curiosa epopea dei Pixadores, ragazzi delle favelas che hanno messo in atto una eclatante protesta contro la povertà dei loro quartieri, scrivendo in maniera acrobatica messaggi in codice sulle facciate delle case nelle zone più ricche della città. Molti di loro morirono durante le acrobazie (si arrampicavano su tetti e pareti senza alcuna protezione), altri subirono feroci repressioni da parte della polizia. L’onda d’urto dei pixadores fu però talmente forte da lasciare testimonianze inequivocabili. Per rendere ancora più dirompente la loro comunicazione, molti ricorsero a rune e simboli barbarici, per attuare un paragone con i barbari che nel 400 d. C. avevano invaso e poi conquistato la ricca e apparentemente invincibile Roma.

A tutt’oggi la street art – talvolta chiamata spray art aerosol art quando le opere vengono realizzate con le fatidiche bombolette – è considerata per scenari, temi, situazioni e soprattutto obiettivi, una forma di espressione atta a contrastare la spersonalizzazione delle grandi aree metropolitane e conquistare una maggiore padronanza degli spazi urbani, secondo una filosofia perseguita anche da discipline più spericolate come il parkour e il barefooting.

Alla bomboletta, si sono affiancati molti altri ferri del mestiere, tra cui il famigerato stencil, una maschera normografica che permette di riprodurre particolari forme o figure, resa molto popolare dalle acclamate opere di Banksy. Oltre ai murales vengono realizzate le cosiddette installazioni che spesso sono opere (anche tridimensionali) realizzate “a casa” e poi collocate, in alcuni casi clandestinamente, negli spazi prescelti.

Sviluppi della street art

Il wild style di Christian Blef«Non siamo teppisti, siamo artisti!» è il grido di battaglia dei writer, i giovani creativi che in tutto il mondo dipingono opere d’arte sui muri delle città. Inizialmente additati come “teppisti che imbrattano il muri”, questi artisti della strada si sono negli anni evoluti e, uscendo dalla iniziale clandestinità, hanno acquistato un ruolo di primo piano nel campo delle più moderne forme di espressione.

Molti paludati critici d’arte hanno espresso forti apprezzamenti per l’attività dei writer, incoraggiandone la partecipazione a importanti mostre e manifestazione all’insegna della creatività urbana. In Italia, per tanti anni ci si è limitati a combattere l’allarme sociale originato dalla attività notturna di bombing dei graffitari, ricorrendo a forme di repressione spesso spettacolari, ma raramente efficaci.

Da qualche tempo però si è cercato di venire a patti con il desiderio dei writer di esprimere il proprio (ormai) innegabile potenziale artistico. Dopo alcune isolate iniziative di carattere cittadino, nel 2010 il Ministero della Gioventù ha finanziato in otto città d’Italia un ambizioso progetto di riqualificazione delle zone degradate dei tessuti urbani con opere di street art. Murales giganteschi che hanno abbellito, o almeno reso meno sporchi e trascurati, i muri di aree anche piuttosto centrali e frequentate, spesso con immagini a tema, dedicate a situazioni e personaggi particolari.

Dalle mie parti, nel ponente ligure, l’iniziativa del Ministero si è concretizzata nel 2011 con il progetto Muridamare.org a Imperia. Dalla metà di maggio fino a ottobre inoltrato, l’associazione culturale torinese Il Cerchio & Le Gocce ha portato in città la crew di writer professionisti formata da Mister Fijodor Benzo, Riccardo Corn Lanfranco, Dante Zacler, un gruppo di personaggi di prim’ordine nel panorama della street art che ha realizzato innanzi tutto due grossi murales a tema sull’Argine Destro presso l’Eco Imperia, nell’area dell’ex macello, e nel curvone di via Niccolò Berio, sotto salita Gallita.

La prima opera è stata dedicata, sfruttando la vicinanza con la discarica, all’importanza del riciclaggio e della raccolta differenziata, con una barchetta di carta che naviga in un mare di spazzatura, attraverso un muro lungo trenta metri, verso l’isola dell’ecologia. Il secondo murales invece ha rappresentato Villa Grock (situata proprio in cima a via Niccolò Berio), con il famigerato clown svizzero che letteralmente schizza fuori dal portone della sua bizzarra abitazione.

Al Prino di Imperia spray art piratescaIn luglio, MuridAmare ha ospitato, al Prino di Porto Maurizio, il raduno nazionale di writer Street Attitudes. Per tre giorni i maestri della spray art hanno dipinto i seicento metri di muro di via Ballestra, lungo l’argine del fiume, con opere di vario tipo, ricevendo i complimenti degli automobilisti di passaggi e dei tanti fan venuti a vederli lavorare. Il popolare gruppo milanese TMH Crew ha realizzato un murale dedicato alla saga cinematografica dei Pirati della Caraibi, in cui il vascello di Jack Sparrow naviga tra gli squali e lo spettro minaccioso di Davy Jones.

Un altro gruppo ha dedicato la sua opera al mito videoludico di Super Mario, mentre in molti hanno ritratto animali in svariati costumi ed espressioni, creando evocativi richiami al mondo del fumetto. A settembre infine, Fijodor Benzo insieme al collega Wens di Style Orange ha lavorato gomito a gomito con i ragazzi del Liceo Artistico di Oneglia per riqualificare i muri della zona di Largo Ghiglia con un’altra variopinta serie di murales.

Nell’estate del 2012, la TMH Crew è tornata in Liguria, nell’ambito di una operazione di promozione del turismo a Laigueglia che ha portato il gruppo di writer a realizzare un gigantesco pannello destinato a fare da logo al blog QuiLaigueglia.it. Un’opera che ritrae una graziosa bagnante che prende il sole su una sdraio in riva al mare, sotto la torretta saracena che caratterizza l’esotico scenario del borgo marinaro del ponente savonese.

Opere sulla street art

Turk 182A parte il mio libro Il muro, un romanzo che propone una curiosa caccia al tesoro a base di graffiti (e di cui parlo diffusamente nella pagina omonima), ci sono moltissime altre opere di fiction che trattano di street art, usandola come tema per le storie più disparate. Il film più famoso credo sia Turk 182! di Bob Clark, uscito al cinema nel 1985 (e che forse rappresenta un omaggio al primo leggendario tag di Taki 183). Una vicenda drammatica, in cui l’attore Timothy Hutton veste i panni di Jimmy Linch, scapestrato perdigiorno che per protestare contro il mancato sostegno delle autorità al fratello Terry, rimasto invalido per un incidente sul lavoro, diventa un funambolico writer che con i suoi spettacolari e irriverenti murales darà molto filo da torcere al sindaco Tyler, impegnato in una controversa campagna di rielezione, dopo che uno dei suoi assessori è scappato all’estero con un sacco di soldi. Memorabile lo slogan Zimmerman flew and Tyler knew che il fantomatico Turk 182 arriva a scrivere praticamente dovunque, mentre la folla canta a squarciagola: «Zimmerman è scappato, e Tyler l’ha aiutato!»

Qualche anno prima negli Stati Uniti era uscito anche Wild Style, film di Charlie Ahearn che propone un romanzo di formazione dagli echi dickensiani, in cui il giovane graffitaro Zoro riesce a emergere dalla povertà del ghetto e a diventare una celebrità grazie al suo talento artistico. Da vedere anche Style Wars, un documentario sulla cultura hip hop dello stesso periodo, che dà grande spazio al graffiti writing e che negli anni è diventato un’opera di riferimento per tutti gli appassionati. È in inglese, ma ci sono i sottotitoli in italiano.

Molto più recente è Exit through the gift shop, un’altra specie di documentario girato nel 2010 con la collaborazione di Banksy ma dedicato soprattutto alla curiosa epopea di Thierry Guetta, francese trapiantato negli USA che, dopo aver per lungo tempo ripreso i lavori dei più famosi artisti di strada della sua città, come Obey Shepard Fairey e Space Invader, è diventato lui stesso uno street artist assumendo il nome di Mr. Brainwash, con cui ha organizzato la più grossa mostra di street art della storia di Los Angeles.

Sprayliz di Luca Enoch, il primo fumetto sui graffitiIn Italia l’opera più famosa in tema di street art è forse il fumetto di Luca Enoch Sprayliz. Partito in sordina nei primi anni 90 con una prima pubblicazione a puntate sulla rivista specializzata L’intrepido ha acquisito col passare del tempo una grande popolarità, che  ha permesso sia un prolungamento della serie che diverse ristampe in volume. Protagonista della storia è la giovane Elizabeth, irrequieta studentessa che di notte diventa ovvero Sprayliz, eroina dei graffiti vanamente inseguita dalle forze dell’ordine, che anzi finiscono sempre col subire clamorosi sbeffeggiamenti.

Nel 2007 è invece uscito il film drammatico Scrivilo sui muri di Giancarlo Scarchilli, che con le interpretazioni di Cristiana Capotondi, Primo Reggiani, Ludovico Fremont, Daniele De Angelis, Mattia Braccilarghe racconta di una storia d’amore (anzi, due…) nata dall’incontro della protagonista Sole con una banda di writer.

 Marco Vallarino